L'Aquila, 6 aprile 2009 - 14 ottobre 2009
Lo sciame sismico dei cittadini aquilani
Avevano ragione gli esperti della Protezione Civile e gli scienziati della
Commissione Grandi Rischi: dopo il sisma del 6 aprile si sarebbero susseguite
solo scosse di limitata importanza, con qualche picco di maggiore forza. Fantastico,
tutto previsto, non si dubiti, tutto è sotto controllo da parte degli
angeli che ci proteggono.
Ciò su cui noi aquilani terremotati non eravamo stati allertati, ciò
che non avremmo mai potuto immaginare, è lo sciame sismico, di intensità
superiore a quello a cui tutti si è sottoposti nel normale cammino della
vita, che ci sta travolgendo da sei mesi, consumandoci nelle forze, nella speranza,
nella fede della rinascita.
Questo sciame sismico, che ha travalicato spesso i suoi confini con scosse anomale,
ha per origine faglie diverse, faglie che percorrono trasversalmente le nostre
persone, con differenti ricadute pericolose sulle vite di ogni sfollato assistito
e di chi ha scelto, male minore, di uscire dal circuito virtuoso della Protezione
e vivere nella sua abitazione, benché essa sia totalmente inagibile con
esito E, con acqua non proprio dai caratteri organolettici puri, e senza fornitura
di gas.
Non abbiamo un sismografo sociologico, ma i movimenti tellurici ci sono stati,
ci sono e ci saranno, e gli umori della gente, gli articoli numerosissimi sulla
Rete che hanno fatto diventare improvvisamente gli aquilani un popolo di scrittori
e commentatori, hanno mostrato lo spostamento, la velocità e l'accelerazione
del mutamento socio-economico della città dell’Aquila in funzione
del tempo.
Ma vediamo nel dettaglio quali le faglie socio-economiche e istituzionali
che stanno interessando le nostre coscienze e le nostre vite, le nostre speranze
e le nostre paure.
Appena le onde del sisma fisico hanno terminato di disegnare le loro fasi,
abbiamo visto arrivare orde di angeli salvatori, quella Protezione Civile che,
su determinazione governativa, ha dato il via alla diaspora che, nelle intenzioni,
doveva far sentire gli aquilani in vacanza, negli alberghi sulla costa gli amanti
del mare, e in campeggio naturalistico coloro che, volontariamente, avevano
scelto l’”aria fina” dei nostri monti.
Le due faglie, Protezione Civile e Governo, hanno scosso le coscienze e fatto
affiorare ciò che nella nostra vecchia città, che allora si chiamava
L’Aquila, non aveva mai costituito un problema: la bagarre, che diverrà
secolare, su chi sia più parassita a spese dell’ospite Stato, se
colui che sedeva al tavolo di un hotel (non necessariamente sulla costa) o colei
che sedeva nella mensa di un camping di accoglienza. La questione è diventata
così importante che ancor oggi la nebulosa cortina fumogena che solleva
sopra la nostra nuova città, del cui nuovo nome dovremo prima o poi occuparci,
occulta le impalcature dei cantieri della ricostruzione.
E lo sciame sismico mostra ancora la sua cieca ottusità quando la faglia
dei codici di agibilità spacca l’economia del terremoto e scatena
conseguenze inimmaginabili: gli esiti A, contenti della resistenza delle proprie
abitazioni si rendono conto che non vedranno un euro, ma avranno per mesi assicurato
cibo e alloggio comunque; gli esiti B e C si dividono, c’è chi
cerca di martellare per passare in E ed entrare nel progetto CASE, c’è
chi si imbizzarrisce con i condomini e gli ingegneri affinché si possa
passare ad una classificazione “inferiore” e cercare di rientrare
presto; gli esiti E si fregano le mani per i presunti grandi vantaggi economici,
salvo nemmeno pensare, e piangere, a rioccupare la propria abitazione se non
in tempi lunghissimi, dettati anche dalla convenienza di qualche amministratore
di condominio che cerca di procrastinare i tempi e aumentare la quantità
di lavori per poter gestire una amministrazione condominiale straordinaria e
i soldi che il decreto Abruzzo assegna loro per le parti comuni dei condomini.
E poi ecco la nuova faglia, il Sindaco con Giunta e Consiglio, e allora tutti
i cittadini, scandalizzati poco, ma vogliosi di una rivincita improbabile, scoprono
che alcuni, che certo non hanno perso lavori e che dovrebbero dare un esempio
morale, si sono sistemati non negli alberghi dei vacanzieri aquilani di piccola
e media borghesia, né nelle pur lussuose tende dotate di conditioner
air e internet connection wi-fi free, ma in ameni luoghi aristocratici dove,
accompagnati dagli angeli salvatori, sono arrivati per caso…
Ci hanno spiegato nel frattempo che se una faglia si scarica, probabilmente
ce n’è un’altra che si carica: è l’inchiesta
giudiziaria, “li arresteremo tutti”, inizia la caccia al depauperatore
della sabbia marina, già in molti si fregano le mani per l’occasione
e altri si indignano con un insospettabile moto di orgoglio. La faglia giudiziaria
si insinua a fondo nell’immaginario collettivo e in tv, al Comune di una
città del sud, ci si difende da attacchi di malacostruzione dicendo “…noi
non costruiamo mica come quelli dell’Aquila…”. Ma si sa, sotto
le macerie sono rimasti in tanti, bambini, giovani, adulti e anziani, bisogna
promettere giustizia, per settembre si dice, si dice che pagheranno i costruttori,
no, si dice che pagheranno gli amministratori, si dice che siamo ad ottobre,
i costruttori continuano a costruire, gli amministratori ad amministrare…
E se la Casa dello Studente ha pagato un caro prezzo, ecco l’Università,
faglia prepotente e potente, che chiede locali, chiede la caserma della GdF,
chiede la Romolo Reiss, si assolve dalle responsabilità, piange cali
di iscrizione, non sembra nemmeno contenta che le abitazioni del progetto C.A.S.E.
saranno destinate, dice il Premier, agli studenti, una volta che tutti (tutti?!)
saranno tornati nelle loro case (anche chi non l’ha più o era in
affitto?!). E saranno contenti, i tanti più o meno piccoli proprietari
di seconde, terze e quarte case nella vecchia L’Aquila, di sapere che
non potranno più affittare agli studenti perché ci pensa lo Stato-Comune…
Già, il progetto C.A.S.E., tra le faglie più estese e pericolose
nel nostro avvenire. Opposizione alla new town berlusconiana, si accettano diciannove
zone abitate, qualcuno le chiama agglomerati popolari. Certo è che le
case in legno-ferro-cemento sono repentinamente create dal nulla, in zone strategiche
(?!), posizionate sul territorio come se anch’esse partecipassero alla
diaspora aquilana. La faglia è estesa, ha molte ramificazioni, e il censimento
dei primi di agosto è uno di esse; autocertifichiamo tutto, poi si vedrà,
in fondo tutti ne hanno diritto, perché discriminarci da soli? Ne vedremo
gli effetti quando saremo chiamati a presentare le certificazioni, per adesso
è presto, è agosto, il mese che porta oziose ore al mare, chi
c’è gongola, gli altri partono al mattino presto dalle tende dei
camping montani e pur con qualche sacrificio riescono ad abbronzarsi come non
mai.
Nel frattempo ci si mobilita in tutta Italia per preservare la nostra salute
mentale, e la lunga e trasversale faglia gossip-culturale-politica sfila a L’Aquila
nei campeggi di accoglienza, con veline, calciatori e calciati, musicisti e
musicanti, politicanti, teatranti. E tutti vogliono entrare nel triste Comune
di Onna, tralasciando un po’ la frazione dell’Aquila, così
come quelle di Sant’Eusanio, Villa Sant’Angelo, Castelvecchio, nella
quali l’assenza di telecamere offusca il paesaggio e rende gli abitanti
simili a fantasmi che cercano disperatamente di uscire dalla loro forma ectoplasmatica.
Così arrivano i Comitati, a decine, obiettivi diversi o obiettivi a
decine. Anche questa faglia divide il territorio, si fa riferimento al movimento
no-global, oppure ad una pretesa di ricostruzione del centro storico, alla messa
in sicurezza delle scuole, ai metodi per la ricostruzione della città.
E per la prima volta la nuova città, dal nome ancora sconosciuto, accoglie
un G8 di tranquillità moribonda, lo schieramento di sicurezza supera
se stesso e attende forse missili terra-aria-terra, perché noi siamo
al mare ed in campeggio, non possiamo dubitare, e anche i Comitati non vogliono
turbare la quiete dei cipressi lungo i viali. A Roma qualcuno manifesta, ed
uno striscione capeggia innanzi a tutti, “Il G8 è un terremoto”,
ma così non è, è solo un’altra faglia, l’ennesima
faglia che attanaglia le nostre emozioni di ex cittadini aquilani, ma a cui
ci stiamo intanto abituando.
Sì, ci si abitua, anche se le lacrime sgorgano copiose quando le tv
nazionali ci dicono che è stato riaperto il centro storico di quella
che era L’Aquila una volta. I media, tv e giornali che inabissano la nostra
realtà, e il Titanic risolleva la sua prua proprio quando sembrava stesse
per affondare. E’ un trucco, un trucco cinematografico, ma come in un
film l’incanto e la speranza prendono il sopravvento sulla tecnica, così
ci si convince, quasi anche noi a L’Aquila, che la città sta rinascendo,
sta volando alto.
Così convincente il trucco mediatico, che vediamo un’altra faglia,
nuova e inaspettata, aprirsi lungo le strade di quella splendida città
che era L’Aquila: a frotte, con macchine fotografiche digitali, teleobiettivi,
fotocamere e panini al sacco, arriva la faglia dei turisti. Tutto viene minuziosamente
fotografato (che peccato però aver rimosso i morti!!!), entrano nei condomini,
negli androni dei palazzi, fotografano entro le nostre case, i nostri figli,
i visi che la memoria invecchia, scorrono nel film della città ricostruita
con legno puntellante, impalcature in nero e oro (quasi a voler sostituire quei
simboli mancati di una processione pasquale) e cricchetti fascianti che ricordano
gli infanti nella nostra adolescenza.
E non poteva mancare, al capolinea di questa processione infedele, la preghiera
che si alza in piazza Duomo, di fronte allo spettacolo fantascientifico della
nuova cupola della Chiesa delle Anime Sante. Il Vescovo prega, e tra una preghiera
e l’altra scorre con occhio vigile le mappe catastali, e prega, elencando
in una elegia il mistero del terremoto, il mistero dei morti, il mistero della
vita, il mistero della faglia.
Troppe le faglie, troppe le scosse, troppo lungo e intenso lo sciame sismico
per gli aquilani, per una piccola città di provincia dove “non
succede mai niente…”
Eugenio Giangiulio
Già, dimenticavo il nuovo lessico, divertente e fantasioso, l’ultimo
scossone con cui tutti, dai bambini agli anziani, abbiamo imparato a convivere:
C.A.S., Di.COMa.C., C.O.I., M.A.P., C.O.M., M.U.S.P., C.A.S.E., … :-)
|